Mi sento un po’ Bukowsky!

da | Dic 9, 2020

Da giovane studente di Psicologia leggevo avidamente i racconti di H.C. Bukowski, mondi popolati da ubriaconi, squattrinati, prostitute, stanze dense di fumo e alcol, ippodromi, bar di periferia e bettole.

Una poetica infernale dove a farla da padrone era la miseria dell’umanità.

Poesie e racconti scritti con le unghie sui muri di una cella, ambientazioni maleodoranti di urina e umidità, intrise di botte e letti sfondati, popolate da uomini e donne alla periferia del mondo e dell’umanità, alla prese con i propri fallimenti.

Bukowksi ha scritto l’elegia degli ubriachi, dei figli di nessuno,dei disperati, eppure quanta cruda bellezza in quei volti sfigurati dalla fame e dal dolore, quanta energia in quei corpi consunti dal whisky e dal gioco.

Una luce viva negli occhi davanti ad un pasto caldo, la speranza che vibra davanti ad un letto sfondato, l’amore disperato tra corpi che si cercano come fosse l’ultima esperienza accessibile per sentirsi vivi.

Bukowsky ha dato dignità ad un’umanità dimenticata che vive nell’ombra, trasformandola in eroi ed eroine disperati di un mondo egoista e senza scrupoli che emargina il dolore e la sofferenza (psichica, fisica, economica, culturale, ….).

Mi sento un po’ Bukowsky! Anche io raccolgo storie vive e spesso crude.

Il mio studio non puzza di urina ed umidità, né di fumo o di alcol.

Non ci sono letti o lettini, non si staccano biglietti per la corse dei cavalli, non si fa a pugni per un’ultima birra.

Non si beve e non si gioca a carte, ma si ride, si piange, ci si commuove, si impreca per il proprio dolore, per la propria miseria, per la voglia di una vita migliore, per il sorriso di un Altro (negato o desiderato), per non arrendersi all’evidenza presunta e al destino del mondo.

Attraverso con i miei pazienti la periferia delle loro vite, il loro sentirsi ai margini, il loro desiderare un sorriso, un po’ di speranza, una maggiore chiarezza, più amore.

E li tengo per mano, a volte spingendoli, altre volte frenandoli, qualche volta prendendoli in braccio come posso. Insieme. Perchè insieme la chiarezza aumenta, la paura si dilegue.

Quanta meraviglia nell’assistere a quella luce nei loro occhi davanti alla gioia di un traguardo o di un cambiamento.

Grazie vecchio Hank per avermi rivelato quanta bellezza celata sotto le ceneri!

Nel mio cuore c’è un uccello azzurro che vuole uscire,

ma con lui sono inflessibile, gli dico: 

rimani dentro, non voglio che nessuno ti veda.

Nel mio cuore c’è un uccello azzurro che vuole uscire

ma gli verso addosso whisky e aspiro il fumo delle sigarette

e le puttane e i baristi e i commessi del droghiere

non sanno che lì dentro c’è lui.

Nel mio cuore c’è un uccello azzurro che vuole uscire

ma io con lui sono inflessibile, gli dico: 

rimani giù, mi vuoi fare andar fuori di testa?

vuoi mandare all’aria tutto il mio lavoro?

vuoi far saltare le vendite dei miei libri in Europa?

Nel mio cuore c’è un uccello azzurro che vuole uscire

solo di notte qualche volta quando dormono tutti.

Gli dico: lo so che ci sei, non essere triste

poi lo rimetto a posto,

ma lui lì dentro un pochino canta,

mica l’ho fatto davvero morire, dormiamo insieme così 

col nostro patto segreto ed è così grazioso da far piangere

un uomo, ma io non piango, e voi?”